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Una domenica mattina a Campiglia…ottobre 1912

Inserito da il 4 Ottobre 2018 – 08:20Un commento

Scrive Maria Cristina Janssen (*)

La prima volta che sono arrivata a Campiglia Marittima mi ha colpito una lapide posta in Piazza della Repubblica, la piazza centrale del borgo: dedicata all’anarchico Francisco Ferrer, con un testo abbastanza criptico, una data — 13 ottobre 1909 -, e la firma della Federazione Anarchica Italiana con tanto di “fiaccola dell’anarchia”!

Mi sono appassionata a rintracciare la storia della lapide, posata il 13 ottobre 1912 a tre anni dall’assassinio del libero pensatore catalano, attraverso documenti d’epoca, la rivista “Il Martello” della Camera del Lavoro di Piombino, e saggi storici. La lapide rimase fino all’avvento del fascismo nel 1922, quando è stata rimossa e distrutta. Nel 1946, dopo la Liberazione, la lapide è stata rifatta e ricollocata il 13 ottobre.

I fatti presentati nel mio breve racconto sono tutti documentati. Nedo, Nora e i personaggi presentati con il nome proprio sono l’incontro tra la mia fantasia e le testimonianze storiche. Unica imprecisione: l’ora della manifestazione non era alle 10.30, ma alle 16.00. Spero che i lettori e le lettrici non me ne vogliano.


13 ottobre 1912, ore 6.10. Nedo immagina l’aurora. Socchiude gli occhi cisposi e si rigira nel letto sfatto da una notte agitata. È combattuto tra il tentativo di prendere sonno ancora per un po’, e il desiderio che il nuovo giorno inizi. Sarà lui, insieme ai suoi compagni uno dei protagonisti della giornata. Nei pensieri mattutini, ancora sospeso tra il sonno e la veglia, ripercorre l’attesa di questo giorno, le accese discussioni con i compagni per scegliere le parole più incisive, l’emozione di vedere il lavoro del marmista terminato. Ripensa a quella morte ingiusta.

La morte, è vero, arriva per tutti, e Nedo ne ha già vissute molte da vicino, nonostante i suoi 25 anni. Anziani parenti, il fratello più piccolo, le giovani donne morte di parto, i minatori colpiti da crolli improvvisi o dal veleno che corrode i polmoni.

E cosa dire del vecchio Sirio che si è spento in piazza giusto la settimana scorsa, come se quello fosse il suo ultimo dovere, arrivare fino alla piazza, il centro della vita di una cittadina di minatori e poveri artigiani, di commercianti e ricchi proprietari terrieri. Un attimo dopo il cuore si ferma, con uno spasmo, e intorno a lui si forma una piccola folla incredula nel vedere svanire una vita così, semplicemente, quasi senza sforzo.

Ma quella morte no, la fucilazione di un uomo per colpire le sue idee, gli fa ribollire il sangue. Il dolore si è trasformato in necessità di memoria. La memoria non sana le ferite di chi ha perso una guida, un maestro, ma è l’unico modo per non soccombere alla disperazione.

Basta, il sonno non riesce più a cullare i pensieri notturni e a dare riposo, tanto vale svegliarsi del tutto, affrontare il giorno. Il chiarore del mattino, immaginato al caldo del letto, fatica a farsi largo tra le tenebre, a ottobre le giornate non nascono impazienti e precoci, nascono con calma, lasciando più spazio e più tempo al buio della notte.

Ore 6.40. Facendo attenzione a non svegliare gli altri abitanti della casa, Nedo si stira e cerca il catino con l’acqua per sciacquarsi il volto. Ecco, ora si è svegliato del tutto! I vestiti da indossare sono già pronti lì, sulla sedia impagliata, dalla sera prima: il suo vestito buono, l’unico in realtà, con la camiciola bianca, stirata, pronta per spiccare in mezzo allo scuro del giacchetto e al nero del fiocco. Il suo fiocco nero, l’orgoglio di indossarlo proprio oggi, segno distintivo di una voglia di rovesciare il mondo. E poi il cappello, scuro anche quello, anche se più sciupato, il copricapo dei giorni di grecale e di tramontana, della pioggia battente e di quella uggiosa, il cappello di tutti i giorni, via.

Ore 7.00. Il campanile a vela di Palazzo Pretorio batte le sette, Nedo butta giù veloce il caffè preparato dalla madre che lo ha sentito alzarsi, nonostante i suoi sforzi per non svegliarla, e poi esce. Imbocca il vicolo di casa, chiamato non a caso Via Corta, per svoltare quasi subito in Via Gori. È diretto verso piazza Mazzini, dove lo attendono i suoi compagni.

Giuseppe, Astorre, e il Vanni ci sono già, da lontano scorge Angelo e Vilio, gli altri arriveranno con il carretto che porta il marmo e gli arnesi per posarlo.

Chissà quanti arriveranno più tardi per la manifestazione e il comizio? Ci saranno oratori illustri, la banda, i compagni dei vari circoli … E Nora? Oggi che è domenica riuscirà a venire anche lei su a Campiglia?

Nora. L’ha conosciuta ad una manifestazione delle fonderie, sono scese in piazza anche le donne, si sono organizzate tra loro, fondando la Lega Metallurgica Femminile. In mezzo a loro c’è Nora, Norina per la famiglia, ma lei insiste per farsi chiamare Nora. È bella, non tanto e non solo per gli occhi intensi, grandi, e la capigliatura folta, nera, ma per il piglio, la determinazione, la forza che mostra quando marcia con le sue compagne, a testa alta, fiera. Nedo prova sentimenti che non riesce a capire fino in fondo: è bella, giovane, la desidera come un uomo può desiderare una donna, ma insieme prova rispetto e timore, anzi, quasi fastidio. Si, a essere onesto con se stesso la sua combattività lo disarma; ha sentito parlare delle compagne rivoluzionarie russe e francesi che combattono al pari degli uomini, ma via, qui in Maremma, tra noi, che bisogno c’è di riunirsi solo tra compagne, non è meglio lottare tutti uniti, fianco a fianco con gli uomini? Il senso di protezione che possono offrire i compagni non è meglio di questo volersi distinguere, di fare incontri e riunioni per conto loro? Si, a essere onesto l’ammira per il suo coraggio e la sua determinazione, ma la teme anche un po’: sarà capace di stringerla tra le braccia e farla sua, come desidera dal primo giorno che l’ha scorta tra i manifestanti? La dolcezza che prova può sposarsi con la forza e la fierezza? Beh, decide che il dubbio se lo vuole proprio togliere e, sì, insomma, alla prima occasione ci vuole provare!

Le occasioni certo non mancheranno, forse oggi stesso, in piazza, e poi lui è dell’Unione Sindacale Italiana, e in Camera del Lavoro si incontreranno di sicuro. Potrebbe invitarla alla gran festa danzante che si terrà fra due domeniche proprio alla Camera del Lavoro a Piombino. Basta solo trovare il coraggio di farsi avanti!

Nedo in questi anni si sposta spesso tra Campiglia Marittima, dove si incontra con i minatori dell’Etruscan Mines, e Piombino, dove si sono formate le leghe dei metallurgici e le altre leghe operaie. Nedo lavora come apprendista per Ettore, imbianchino e gessatore. È contento del suo lavoro, e di non dover andare a strisciare sottoterra, nella semioscurità, a respirare i gas velenosi spalla a spalla con i compagni minatori e con la morte, sempre lì presente come fosse una della squadra; risalire poi nero e sporco, con il piccone in mano e le ossa rotte. La difficoltà congenita a respirare è stata la sua fortuna, in miniera non l’hanno voluto, e a 9 anni ha cercato un artigiano che lo prendesse con sé come garzone. Ora che son passati tanti anni potrebbe anche metter su bottega da solo, ma tutte le sue energie vanno al circolo Studi Sociali e al sindacato. Le energie, e soprattutto le notti e le domeniche: c’è da organizzare, discutere, preparare, è appena passato un anno di scioperi e di manifestazioni come non se n’erano mai visti!

In famiglia di queste cose certo non può parlarne, il fratello maggiore lo rimprovera per il suo impegno politico e sindacale, può mettersi nei guai, essere arrestato, perseguitato, costretto alla fuga e all’esilio. Lui, Oreste, di certo non metterebbe in pericolo se stesso e la giovane moglie. La madre invece sospira, socialisti e anarchici sono contro la chiesa, e lei, che la domenica va a messa, e con le amiche di sempre sfila in processione dietro al Cristo Morto o al Corpus Domini, come fa a comprendere i discorsi del figlio, che tuona contro il potere clericale? E poi tutto quel parlare di referendum per il divorzio e di buttare a gambe all’aria il potere costituito! Eppure …. Che la Chiesa è sempre dalla parte dei potenti, e che i torti che subiscono loro, gente umile, trovavano ben poca comprensione tra le tonache di preti e monache, quello lo capisce anche lei, mah, chissà, sospira … Spera solo che il suo Nedo non faccia una brutta fine, spera e osserva; e riflette: qui il futuro non può che essere gramo, come quello suo e della sua famiglia. E se invece che rischiare le botte e la galera il suo Nedo partisse per le Americhe? Così aveva fatto il figliolo di sua cugina pochi anni prima, chissà che non riesca a fare fortuna, laggiù, così lontano.

Il padre di Nedo parla poco, alle discussioni tra i due fratelli e alle paure della madre non dà un sostegno chiaro, lui ne ha viste tante di ingiustizie, si può dire che è cresciuto a botte e ingiustizie, prima come bracciante agricolo e poi come manovale nella costruzione dei pozzi delle miniere aperte dalla Etruscan Mines. Ne ha visti cadere di compagni, portati via dai veleni delle miniere, da una trave che cede, da un incidente che li mutila e li rende storpi e inutili, un peso per le loro famiglie. Con la fine del Granducato aveva visto fare un paese nuovo, l’Italia, aveva assaporato le idee di Mazzini, sperato nella repubblica, in un paese più giusto, come tutti i mazziniani intorno a lui. Ma di giustizia nel paese nuovo ne ha poi vista ben poca, e il Mazzini, tanto amato da lui e dalla sua gente, dimenticato, tradito: ora governano i gabellieri nuovi e i padroni di sempre. Forse quel figliolo un po’ di ragione ce l’ha, le cose non possono mica andare avanti così per sempre! Repubblica, socialismo, anarchismo, per lui che è analfabeta son tutte parole vuote, ma le rivendicazioni no, quelle le capisce, e capisce chi sta dalla loro parte, e chi no.

Ore 7.20. L’aria è ancora fresca all’ombra delle secolari costruzioni del rione Rocca. Nedo si tira su il bavero, l’autunno sembra più precoce dell’anno passato, ma poi, con l’avanzare delle ore i colori dell’estate tornano a rispecchiarsi sulle case in pietra, giocando con l’ombra che si nasconde nei vicoli più stretti. Aspettando i compagni che devono arrivare con il carretto, Nedo scambia qualche parola con Otello. Di qualche anno maggiore di lui, minatore, Otello è alto, corporatura snella, con gli occhi castani e la fronte spaziosa, ha girato tanto, è stato fuori Campiglia, e ha imparato. Ha conosciuto i compagni di Piombino e dell’Elba, di Livorno e della Val di Cecina, insieme ad altri ha partecipato alle prime lotte dei minatori, giù al Temperino.

Otello in miniera ha perso il padre, colpito da un crollo di una galleria. Era appena stata aperta dagli inglesi la nuova vena della miniera, senza badare a fare le cose per bene. Insieme a lui sono morti altri lavoratori. Dopo aver seppellito i propri morti hanno capito che dovevano unirsi nella lega, così come hanno fatto i boscaioli di Monterotondo, i cavatori di alabastro di Volterra, i metallurgici di Piombino. Otello è uno dei fondatori del circolo anarchico, e nelle lunghe sere d’inverno davanti al fuoco del braciere o d’estate sotto le stelle gli ha raccontato dell’onda di rivolta che sta attraversando l’Europa, dell’unione tra i lavoratori per condizioni di lavoro migliori.

Grazie a lui ha conosciuto Pietro Gori. La prima volta che lo ha ascoltato era ancora un ragazzino: è stato al comizio tenuto dieci anni prima a Campiglia Marittima al Teatro dei Concordi, quando l’avvocato aveva difeso i lavoratori campigliesi incriminati. Un bell’uomo, con quei baffi folti e il viso regolare, gli occhi profondi, aveva un’eleganza innata e un carisma straordinario. La folla lo ascoltava rapita, era come se Gori riuscisse a trasformare in parole i pensieri non detti, la rabbia e la voglia di riscatto.

E poi c’era stato quell’ultimo comizio a Portoferraio, il 13 novembre del 1909, a un mese dal assassinio di Ferrer, in cui Pietro Gori era apparso per l’ultima volta in pubblico per commemorare il rivoluzionario catalano. Aveva tratteggiato la sua vita e colto l’aspetto peculiare del suo pensiero: Francisco Ferrer è un libertario che combatte contro la monarchia e una chiesa retrograda e oscurantista, e ha capito qualcosa di importante: la libertà si conquista sì con le lotte, ma ci vuole anche una diversa educazione. È l’educazione ad essere negata a tanti figli del popolo, mentre invece ai figli della borghesia l’istruzione viene propinata in modo autoritario, forgiata dai pregiudizi, cucita addosso in modo da rendere schiavi anche loro, succubi del potere. Si, ecco, la sua idea è quella di una scuola moderna,razionale, libera dall’influenza del potere e della Chiesa, che educhi alla libertà, alla possibilità di pensare con la propria testa, e non solo a obbedire. Ferrer ha fondato la prima Escuela Moderna a Barcellona, e poi molte altre in Catalogna e in Spagna.

Lui, Nedo, a scuola ha avuto la fortuna di andare fino alla terza classe; quel poco di istruzione che ha ricevuto gli fa di molto comodo! In paese era stata fondata la Scuola Comunale del maestro Michele Amici – buonanima -, il primo maestro di Campiglia, e ci potevano andare anche i figli del popolo. Il maestro aveva aperto addirittura le scuole serali, voleva che a leggere, scrivere e far di conto potessero imparare proprio tutti, anche lui aveva speso la sua vita per l’educazione. Ma quanta paura, quante costrizioni gli è costata: Si studiava con l’obbedienza e la disciplina, su quello proprio non c’era da discutere! Ferrer invece ha un’altra idea di scuola, proprio l’opposto di quella esistente: un’educazione libera dai pregiudizi e rispettosa della spontaneità del bambino.

Nedo ripensa alle parole di Gori. A dieci anni dall’apertura della prima scuola per l’infanzia, Ferrer viene accusato di aver fomentato la rivolta popolare dell’estate 1909 a Barcellona, la semana tragica. Con un processo sommario basato su false accuse viene condannato alla pena capitale. In tutta l’Europa si diffonde un’ondata di protesta contro la sentenza, da parte di rivoluzionari, di intellettuali, della stampa, dei politici di tanti schieramenti, laici, socialisti, repubblicani, persino liberali. A nulla valgono gli appelli, le manifestazioni, le lettere, e le proteste dei governi e dei partiti, fatte pervenire in tutti i modi alla monarchia spagnola. Rinchiuso dall’estate nel carcere di Montjuich il 13 ottobre 1909 viene assassinato per fucilazione.

L’emozione di quella giornata era stata molto forte, forse anche per l’angoscia di vedere Gori già così provato dalla malattia. Dopo il comizio si era formato spontaneamente un corteo, con le bande musicali e le bandiere che sventolavano al vento.

Si, era stata l’emozione di quella giornata a trasformare la sconfitta in un progetto, quello di lasciare una testimonianza perenne alla memoria di Ferrer. Era stato nel viaggio di ritorno in barca con i suoi compagni che aveva preso forma l’idea di dedicare a Francisco Ferrer una lapide nel centro di Campiglia Marittima.

Curiosa figura in realtà quella di questo Francisco Ferrer y Guardia, catalano, colto, studioso e libero pensatore. E curioso, in fondo, essere qui oggi con i suoi compagni, in piazza a Campiglia Marittima, a rendergli onore. Quanto può sembrare lontano il suo mondo di razionalista che ha girato l’Europa per diffondere le sue idee, che ha scritto libri, fondato scuole, da quello di un povero artigiano, figlio di braccianti di un piccolo borgo della Maremma! Ma no, per lui, Nedo e per loro tutti, questi tre anni dal suo assassinio è come se lo avessero reso più vicino, fraterno, compagno delle fatiche e delle lotte di tutti i giorni. Loro hanno bisogno di Ferrer, hanno bisogno del suo esempio e hanno bisogno di ricordarlo.

Ore 7.30. Arriva dalla Fucinaia il carretto con i marmisti e i muratori. Trasportano la lapide avvolta in un grande panno, posato sopra la paglia, perché non si sciupi nel trasporto. Dopo un abbraccio veloce tra chi è già li ad attendere e i nuovi venuti, ci si mette subito al lavoro. Per la posa del marmo bisogna prima preparare il muro, prendere le misure, mescolare la malta, far tutto a regola d’arte, ci mancherebbe altro!

Intorno al piccolo cantiere si avvicinano i primi curiosi. Chi osserva, chi dà, non richiesto, i suoi consigli, chi approva l’operato degli altri.

Ore 7.50. Passa don Paolo con la sua lunga tonaca nera che si avvia di gran passo verso la chiesa per celebrare la prima messa della domenica. Guarda di traverso e borbotta tra sé e sé, beh, non proprio tra sé e sé, in realtà lo sentono tutti inveire contro quei miscredenti nemici della santa-madre-chiesa.

Un giovane garzone di bottega, poco più di un bimbo, sorride, ma non capisce bene perché don Paolo ce l’ha tanto con le persone che sono lì. Chiede a Nedo, suo lontano parente, e lui volentieri cerca di spiegargli la ragione. Nedo non è tanto bravo con le parole, e glielo racconta come sa, e come ha capito lui. Ferrer, che oggi vogliamo commemorare, era contro i preti e la chiesa perché opprimono i poveri, perché la scuola in Spagna è tutta in mano loro, e loro non solo difendono sempre il potere del Re, ma sono anche contro la scienza, contro la ragione ed il progresso. È contro l’ignoranza e in difesa della Ragione che Ferrer è stato assassinato, un po’ come Giordano Bruno da noi in Italia, tempo fa. Il garzone non capisce proprio tutto, sono tante le cose che non conosce, ma si immagina che questo Ferrer sia dalla sua parte, dalla parte dei garzoni di bottega, dei braccianti, dei minatori, di chi non ha imparato e non sa usare le parole per difendersi.

Ore 8.45. Ecco, il lavoro di posatura è finito. Il marmo è murato alla parete dell’edificio, la malta sta asciugando, Nedo e i suoi compagni ammirano con commozione e orgoglio la scritta che recita: “Torquemada disse ai monarchi/uccidiamo il pensiero/Ferrer rispose si carnefici/la scuola moderna/scriverà con il mio sangue/la vostra condanna”.

Quante riunioni al circolo per discutere e decidere come fare! Nedo ripensa alla lunga battaglia per ottenere il permesso di innalzare una lapide, al comitato per la raccolta dei fondi. Quanto tempo ci avevano messo, quanti piccoli sacrifici per ognuno di loro. All’inizio avevano pensato persino ad una statua, come quella eretta a Roccatederighi, o a Castagneto, ma coi denari raccolti proprio non ci si faceva … e poi le discussioni sul testo da scrivere … La frase su Torquemada l’aveva trovata Astorre, che poi è quello che ha più studiato, si capisce, prima di diventare corrispondente del Il Martello, il giornale della Camera del Lavoro! A Nedo all’inizio non piaceva proprio, era troppo complicata, roboante.

Quanto ci avevano ragionato su questa Inquisizione dei gesuiti, e su questo Torquemada, solo il nome metteva paura, ma alla fine si erano convinti. Il ragionamento filava: Ferrer è stato giustiziato per la sua fede nella Ragione, per la sua rivolta contro il clero, proprio come durante l’Inquisizione, e questo Torquemada è proprio il personaggio che incarna la violenza contro la ragione e contro la libertà. E poi fa venire in mente la tortura, il terrore …

Ore 8.50. Bisogna ora montare il palco per gli oratori, a fianco della lapide coperta da un drappo e protetta con una transenna; le assi son già pronte, vanno portate qui in piazza e sistemate, e poi chiodi e martello, via, non bisogna perder tempo!

Ore 9.30. Il palco è sistemato, è ora di spostarsi in Piazza Giordano Bruno, da dove alle dieci partirà il corteo. Già iniziano ad arrivare i primi compagni da Piombino, dalla Camera del Lavoro, e poi quelli della piana, braccianti e artigiani. Sono tanti, qualcuno porta la bandiera, sono tutti vestiti a festa, gli anarchici con il fiocco nero come lui, altri con il fazzoletto rosso al collo, sono allegri, la folla aumenta, sembra un giorno di festa. Nedo è emozionato, tutta questa gente qui per un evento organizzato da lui e dai suoi compagni! Sono riusciti a portare anche il Comune dalla loro parte, speriamo tutto funzioni bene, la musica del Concerto Popolare Giuseppe Verdi, i discorsi degli oratori. Doveva esserci la Filarmonica Laica di Castagneto, ma da ultimo si sono tirati indietro, inaffidabili!

Ma ecco che improvvisamente l’emozione aumenta, il cuore batte: è arrivata Nora, con le sue compagne della Lega. Porta il vestito della festa, quello intero con le maniche a sbuffo in alto, e il colletto di pizzo che le nasconde il collo. I capelli neri, un po’ ricci, raccolti in cima, sulle spalle uno scialle. Si avvicina per salutare, Nedo è tutto rosso e non riesce a dire niente di quello che vorrebbe, chissà cosa pensa Nora? Salutando Otello, Nora gli si avvicina e i loro corpi si sfiorano, Nora gli sorride, e lo prende in giro: Non avranno mica fatto qualche errore nella stesura del testo?! Già, come se lei fosse una letterata che può venire qui a deridere la gente di campagna, tutti le rispondono per le rime, la tensione si scioglie, e a Nedo rimane addosso una sorta di piacevole elettricità.

Ore 9.50. Arrivano i musicisti, cominciano a farsi largo tra la piccola folla e a sistemarsi per iniziare a suonare. Ora si aspettano solo gli oratori, il Segretario della Camera del Lavoro, il Sacconi, e un compagno che arriva fin da Massa Carrara, l’Avvocato Francesco Betti. Gli anarchici ci sono tutti, in prima fila, anche quelli di Livorno, di Castagneto e di Massa Marittima. Sulla lapide infatti sono incise la fiaccola e la sigla della FAI, la federazione anarchica. E poi ci sono tanti socialisti con le loro bandiere: anche se alla sottoscrizione hanno partecipato in tanti, bisogna ammetterlo, senza il contributo del Partito Socialista e dei Repubblicani tutto questo non sarebbe stato possibile. I liberi pensatori si mescolano alla folla dei compaesani, la piazza si riempie sempre di più.

Ore 10.10, Il corteo si avvia dalla piazza lungo Via Ferrer, passando davanti alla Scuola Comunale. La banda suona la Marsigliese, le bandiere e i vessilli sventolano sopra le teste dei manifestanti e dei curiosi, c’è anche quello della Società Cooperativa di Consumo e Lavoro. I campigliesi rimasti in casa si sporgono dalle finestre per seguire il corteo, sorridono, salutano. Il corteo svolta, e dalla porta a mare entra nella cerchia delle mura, ancora pochi metri e arriva in Piazza Mazzini.

Ore 10.30. I compagni fanno cenno alla folla di fare silenzio, la cerimonia sta iniziando. Astorre sale sulla scala di fianco al telo che copre il monumento. Scandisce ad alta voce poche parole, e poi, con un gesto deciso leva il drappo. Appare la lapide. Nedo ha lo sguardo rivolto alla piazza: Nora applaude, felice, piena di vitalità e calore, e la sua gioia, la sua energia, sembra contagiare tutti: le sue amiche, i compagni, i curiosi, le persone venute da fuori e i campigliesi, tutti applaudono e gridano. Grida anche il giovane garzone che lancia in aria il berretto, entusiasta di far parte della folla festante.

Più indietro nella piazza, tra i campigliesi, Nedo scorge il padre che si leva il berretto in segno di rispetto. Il padre lo fissa, serio, orgoglioso. In quello sguardo Nedo vede la sua comunità che oggi si stringe intorno al monumento e si riconosce nella speranza di un futuro diverso.

(*) Maria Cristina Janssen, nata a Milano si trasferisce a Campiglia Marittima nel 2006. A partire dal 1981 ha sempre lavorato in ambito sociale, intervenendo in progetti di intervento socio-sanitario, riabilitativo e di promozione della salute. A questo lavoro si è presto aggiunto l’impegno come formatore in corsi rivolti prevalentemente a operatori in servizio e studenti di corsi post-diploma e universitari. Di professione psicologa, attualmente lavora come Giudice Onorario presso il Tribunale dei Minorenni di Firenze. Finora aveva scritto diversi articoli e un libro legati alla sua professione, quello sopra è il suo primo racconto.

Tratto da Stile Libero

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