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Caso cave: tre risposte per tre tipi di estrazione

Inserito da il 26 Settembre 2015 – 14:09Nessun Commento

Scrive Walter Gasperini, ex sindaco di Suvereto:

Il contesto che abbiamo con la presenza di attive nel nostro territorio non può certo esimerci da una riflessione a tutto tondo e su quali prospettive ci siano per un futuro del territorio che punti sulla sostenibilità ambientale del proprio sviluppo.

Nella Val di Cornia le tipologie di cave che abbiamo sono tre: microcristallino, inerti e pietre ornamentali. Quello che è evidente è che ognuna deve essere valutata a sé, per poter dare giudizi e prospettive adeguate che non portino a risposte uguali, perché si tratta di problemi diversi e quindi hanno bisogno di risposte diverse.

È stato un errore grave che oggi dobbiamo riportare in chiaro, proprio per la serietà del problema e per il bisogno di costruire oggettive prospettive che si rifanno alla realtà delle cose e si legano in maniera stabile e conseguente al disegno più generale dello sviluppo che vogliamo applicare.

Già in molte occasioni ho affermato che sarebbe stata indispensabile una conferenza d’area che potesse mettere in fila le cose che vogliamo per lo sviluppo, indicando sinergie possibili e attuabili nei vari scenari che si presenteranno. Ancora una volta invece siamo costretti a parlare di un settore a sé, che comunque implica molti aspetti che legano una diversità.

Il microcristallino è prodotto importante e molto raro, che dobbiamo saper valutare e quindi mantenere nel processo produttivo che abbiamo e che chiediamo per il futuro.

Le pietre ornamentali di Suvereto sono sempre state considerate alla stregua delle cave di inerti, ma non è così, il prodotto che estraggono è molto raro ed è ambasciatore di questa qualità nei mercati di tutto il mondo, dalla Cina, al Giappone, agli Usa e al medio Oriente. Inoltre i metodi di estrazione sono dolci perché hanno bisogno di materiale il più possibile integro e solo lo scarto, dopo l’accantonamento delle quantità necessarie per il ripristino, viene immesso nel mercato degli inerti.

Altra cosa sono le cave di inerte puro, che possono essere poste in altra ottica, perché il prodotto che uscirà da Rimateria ne può prendere il posto nella sua quasi totalità e quindi apportando un risparmio ambientale importante.

Quello che potremmo fare è assicurarci che le lavorazioni che potranno rimanere dovranno lasciare sul territorio il massimo possibile delle ricadute in termini di operatività, magari anche investendo di più e meglio, per garantire un gioco di filiera che non si fermi alla prima fornitura e basta.

Ad esempio le pietre ornamentali vengono vendute in blocchi, mentre si dovrebbe chiedere una maggiore lavorazione di filiera in loco, per dare sbocco e legare anche al territorio un prodotto che è ritenuto importante e con caratteristiche fisiche che non hanno uguali, oltre al sicuro apporto di occupazione professionale più ampia.

Tutto il territorio dovrebbe essere considerato un parco, dentro al quale si organizza la vita di ogni giorno, per il lavoro, per la residenza stabile o temporanea, dove insomma tutto è funzionale alla vita che vogliamo per noi e per il futuro, ma è chiaro, che se continuiamo a parlare di sviluppo prendendo le cose come fossero foglie di carciofo, una alla volta, non riusciremo ad andare lontano, è il disegno di insieme che ci manca.

Sarò assillante ma continuo ad affermare che occorre subito una conferenza economica d’area dove tutto troverà il suo giusto posto, anche il futuro del nostro paesaggio, dell’economia e della cultura. Sarebbe anche risposta adeguata alle necessarie alleanze politiche e istituzionali per il territorio e per le scelte di future collaborazioni che nascerebbero da un quadro generale organico e non dalle idee sporadiche di qualcuno più o meno illuminato.

Il Tirreno 26.9.2015

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