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La Toscana tra paesaggio e postdemocrazia

Inserito da il 25 Marzo 2015 – 18:20Nessun Commento

da Rossano Pazzagli

Non tutto il male viene per nuocere. I cosiddetti emendamenti Pellegrinotti-Tortolini, miranti ad insidiare due preziose risorse del territorio toscano – lo straordinario paesaggio delle Apuane e il fragile ambiente delle zone costiere – hanno, nella loro impudicizia, svelato il volto ormai sempre più oligarchico e post-democratico della politica ufficiale, richiamando l’attenzione nazionale sui rischi di una involuzione toscana per quanto riguarda il governo del territorio, che era stato fino ad oggi uno dei fiori all’occhiello, pur con rilevanti eccezioni, nel panorama urbanistico italiano.

Golfo di Baratti

Dopo aver digerito a fatica l’approvazione della innovativa legge urbanistica del 2014, agli albori del 2015 alcuni consiglieri e esponenti del partito di maggioranza, ispirati da una visione del territorio come contenitore di consenso e come elemento passivo dello sviluppo, sollecitati dalle pressioni di ristretti gruppi di interessi, si sono scagliati contro il piano paesaggistico per un ultimo colpo di coda, con l’obiettivo di sconfessare in Consiglio regionale l’assessore Anna Marson e riaprire alle escavazioni in montagna e alla cementificazione dei litorali.

L’opposizione dei movimenti – dalle associazioni ambientaliste ai comitati – e l’intervento di una pluralità di voci dal mondo della cultura, che giustamente considera il paesaggio toscano un bene comune e collettivo, hanno indotto, speriamo in modo stabile, lo stesso presidente Rossi a tornare allo spirito autentico del piano che l’assessore aveva sapientemente costruito, in modo partecipato e condiviso, mettendo a frutto le competenze delle università, al di fuori degli interessi forti, delle lobbies del marmo e del cemento, o di qualche robusto segmento dell’agroalimentare industriale; un piano che considera il territorio, il paesaggio, la ruralità e la cultura come le vere risorse della Toscana, le prime armi per uscire dalla crisi.

Per un attimo (speriamo solo per un attimo, è sembrato di tornare indietro di un cinquantennio, quando questi epigoni del sistema non erano neanche nati, a quando Antonio Cederna con il dossier “L’assalto alle coste toscane” (“Abitare”, n. 61, 1967) lanciava ad esempio l’allarme per “un’ondata di lottizzazioni senza precedenti che si è abbattuta e si sta abbattendo su tutto il litorale tra Cecina e Piombino”. Quest’area dell’Alta Maremma era ed è, tra le tante, particolarmente attrattiva per gli appetiti speculativi, basti pensare alla vecchia Punta Ala o al nuovo Rimigliano. Eppure anche qui, con i piani urbanistici cordinati degli anni ’70-‘80, l’istituzione del Parco di Rimigliano e, vent’anni più tardi, con la creazione dell’intero sistema dei della Val di Cornia si era posto un argine alla cementificazione della costa, sviluppando un turismo più attento all’integrazione tra mare e collina, tra ambiente e beni culturali.

Oggi, con il tentativo di stravolgimento del piano paesaggistico, si torna all’attacco dei litorali, riaprendo alla cementificazione con la scusa della qualità e del turismo. In realtà così facendo si va contro il significato del fare turismo oggi, di fronte a una domanda turistica sempre più orientata verso l’integrazione delle risorse e la naturalità dei luoghi. Quello che dobbiamo perseguire è un turismo non massificato, di tipo esperienziale, più in linea con i caratteri del paesaggio e l’identità del territorio. Chi vuole riaprire le coste alla cementificazione e alla speculazione non ha capito che cos’è il turismo sostenibile. Così si finirà per danneggiare lo stesso turismo balneare, che va in cerca di paesaggio, di spiagge, di pinete e di sole, non di qualche pezzo di periferia urbana in riva al mare.

Il piano paesaggistico elaborato con metodo partecipativo dalla Regione Toscana ci metterebbe sulla strada giusta, mentre i tentativi di snaturarne i contenuti ci riportano indietro e hanno già conseguito il triste obiettivo di far fare una figuraccia nazionale alla Toscana, perfino correndo il rischio di infrangere il Codice dei beni culturali e del paesaggio. Sono infatti dovuti intervenire preventivamente anche le più autorevoli figure istituzionali in materia, dalla sottogretaria ai Beni culturali Ilaria Borletti Buitoni al presidente del Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici Giuliano Volpe, fino al ministro Dario Franceschini, presso il quale il presidente toscano Enrico Rossi, preoccupato soprattutto per la imminente campagna elettorale, si è dovuto recare di gran fretta.

Gli attacchi al piano paesaggistico, che avrebbe potuto essere il vanto e il primato della Toscana, esprimono una visione vecchia e superata dello sviluppo territoriale, dell’economia e del turismo. Non è soltanto una questione di bello o di brutto. L’interesse per il paesaggio, infatti, non è un interesse settoriale, ma riguarda trasversalmente l’idea stessa del modello toscano, il rapporto tra identità regionale e globalizzazione, la sfida ambientale, il senso di appartenenza degli abitanti al territorio, che costituisce uno degli elementi di base del sentire democratico a partire dal valore civico dei municipi, ai quali è necessario ridare vigore anziché annichilirli con finanziarie e false riforme istituzionali.

Così è stato a lungo. Dal Buongoverno del Lorenzetti ai “colli per vendemmia festanti, e le convalli popolate di case e d’oliveti” del Foscolo, dall’“incanto della prospettiva” di Sismondi fino agli struggenti tramonti fiorentini di Herman Hesse, nei quali la natura sembrava voler riprendere il sopravvento sull’intensità dell’azione umana, il paesaggio toscano è stato descritto come un quadro mosso e composito, ma fisso nella sua trama di fondo, che è riuscita a resistere nel lungo periodo. Ciò ha fatto sì che anche a livello internazionale esso giungesse ad incarnare, negli ultimi secoli, l’idea del paesaggio per antonomasia, ricco di arte e di storia, espressione compiuta dell’intelligenza contadina e del lavoro umano, risorsa da tutelare e valorizzare senza dissiparla.

Il piano Marson riprende questa lunga tradizione e la attualizza nel senso di un governo ragionato delle trasformazioni, individuando aspetti statutari, trame storiche, caratteri identitari e ambiti ridefiniti sulla base del patrimonio territoriale. Se ci fosse davvero intelligenza politica e visione strategica, tali ambiti di paesaggio potrebbero addirittura costituire un utile griglia anche per la riorganizzazione istituzionale del territorio regionale al fine di ricostituire un ineludibile livello intermedio tra il ruolo fondamentale del Comune e quello di indirizzo della Regione. Ma forse qui è chiedere troppo. Intendo comunque dire che, se andassero avanti quegli emendamenti, anche al di là del loro contenuto esplicito, non sarebbe soltanto il piano paesaggistico a cadere sotto i colpi dell’arroganza politica di un partito sempre più oligarchico e lontano dai territori, ma che così facendo risulterebbero calpestate anche le tradizioni civili e politiche della Toscana, l’attenzione per il paesaggio e il governo del territorio che aveva fatto della nostra regione un rifermento nazionale.

Non si cerchino giustificazioni nella crisi economica che stiamo vivendo, figlia di un sistema che ha consumato le risorse e considerato il territorio come oggetto. Occorre ricordarci che proprio la fase critica impone che le scelte di governo del territorio siano improntate ad un carattere di cautela e a un visione realmente sostenibile dello sviluppo, in particolare evitando nuovi consumo di suolo e ponendo l’obiettivo della riqualificazione e del riuso del patrimonio edilizio esistente, frutto del lungo processo di antropizzazione che ha caratterizzato la storia della Toscana, non soltanto in quanto “terra di città”, ma anche con riferimento alla sua dimensione rurale così come è scaturita dalla parabola plurisecolare della mezzadria e ai segni della sua industrializzazione. Questi indirizzi ci sarebbero già nelle normative regionali; applichiamoli invece di limitarci a declamarli nei convegni e sui giornali, o durante le campagne elettorali. Sennò bisogna concludere che si predica bene e si razzola male.

Sarebbe già molto, oggi, evitare trasformazioni irreversibili e riflettere più compiutamente sui dati del consumo di suolo, tenendo conto che non si può aggiungere sempre e che bisogna avere la forza di riqualificare l’esistente, chiedendoci se la Toscana può ancora essere la terra del bel paesaggio. Forse è anche necessario smitizzare un po’ il paesaggio toscano per prendere coscienza del suo vero valore, che non è solo estetico ma anche sociale ed economico, per tutelarlo meglio e per salvarlo, governando le sue trasformazioni anziché subirle, sottraendolo al peso crescente degli interessi immobiliari. Gli attentati al paesaggio e le sue ferite rappresentano in qualche misura anche il degrado della politica e della democrazia.

Rossano Pazzagli
Storico, già presidente del Circondario della Val di Cornia, fa parte della Società dei Territorialisti, è professore di Storia moderna all’Università del Molise e Presidente dei corsi di laurea in Scienze turistiche e Beni culturali.

 Tratto da perUnaltracitta

 

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