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Rilasciata dal Comune l’autorizzazione alla società per completare l’estrazione di poco meno di 3 milioni di metri cubi di materiale.
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Appello alla Regione per une riforma urgente della legislazione sulle attività estrattive

Inserito da il 15 Dicembre 2012 – 07:01Nessun Commento

Ai consiglieri della Regione Toscana,

nei prossimi giorni il Consiglio Regionale sarà chiamato a votare la finanziaria regionale per il 2013.

Uno degli articoli tratterà della definizione dei criteri, delle destinazioni e della quantificazione dei contributi già previsti dalla vigente legge 78/98, che devono essere versati da tutti i titolari di  autorizzazioni per la estrazione di materiali per uso industriale, per costruzioni e opere edili nonché per l’estrazione di materiali decorativi.

Fino ad oggi la quantificazione era fatta in base al valore medio di mercato dei materiali estratti con un massimo del 10%  e comunque non superiore a € 4,00 a tonnellata (pari a € 10,00 a mc.) per i materiali per usi industriali, per costruzione e opere edili.

Per i materiali lapidei per decorazione la quantificazione era riferita sempre al valore medio di mercato dei materiali estratti con un massimo del 5% del valore medio di mercato.

Gli elementi che concorrevano a determinare l’importo del contributo e per i quali detti contributi dovevano essere impiegati dai comuni erano le spese per le attività di controllo, le spese per la manutenzione delle infrastrutture, le spese di tipo amministrativo conseguenti al rilascio delle autorizzazioni.

L’applicazione di questi criteri in quattordici anni ha portato a trasformazioni del territorio macroscopiche e ormai insostenibili in aree come il Campigliese e la Val di Cornia da dove vengono estratti più del 50% di tutti i materiali per industria ed edilizia estratti in Toscana. Solo a Campiglia Marittima nel 2009 sono stati estratti mc. 770.000 contro i mc. 1.500.000 della Toscana.

Di fatto queste attività, anche per un diffuso non rispetto dei piani di rinaturalizzazione, penalizzano fortemente lo sviluppo di attività altrettanto importanti, come l’agro-alimentare e il turismo che, nonostante la crisi, riescono ad incrementare posti di lavoro.

Gli elementi che portano a quantificare il contributo risultano assolutamente inidonei a compensare le ricadute negative delle attività estrattive. Infatti per come sono quantificati abbiamo oggi contributi di € 0,48 a metro cubo (pari a € 0,192 a tonnellata) che non rappresentano neppure il 1,2% del valore medio di mercato dei materiali estratti destinati all’industria e all’edilizia e che non solo non possono, ma soprattutto non sono in grado di contribuire realmente a promuovere una tutela ambientale che passa attraverso il potenziamento di attività in grado di assorbire le maestranze impiegate nelle e miniere quando le autorizzazione vengono naturalmente a decadere.

In questi momenti critici la mancanza di strumenti adatti e da applicare tempestivamente determinano ricatti occupazionali inaccettabili con un triste ripetersi della contrapposizione tra tutela ambientale e diritto al lavoro che non lascia alcuno spazio al diritto di scelta delle popolazioni sull’ambiente in cui vivono.

Si chiede che nella definizione dei criteri e quantificazione dei contributi vengano inseriti alcuni nuovi criteri.

Negli elementi che concorrono a definire l’importo dei contributi che i titolari delle autorizzazioni devono versare, deve essere inserita:

  • La promozione di attività in generale caratterizzate da alta valenza di tutela ambientale e in particolare la promozione dei settori agro-alimentari e turistici di tipo culturale.
  • La ricerca scientifica e la valorizzazione del patrimonio culturale, compreso quello archeominerario  e l’ industriale;

 

  • Il finanziamento di attività e opere che contrastino gli effetti negativi diretti ed indiretti sulle risorse ambientali (inquinamento dell’aria e depauperamento della risorsa idrica) determinati dall’attività estrattiva.
  • La necessità di attivazione di corsi professionali per le manovalanze via via considerate in esubero dall’attività estrattiva.
  • L’urgenza, a fine concessione, di poter realizzare strutture non più utilizzate dall’attività estrattiva, per fini di pubblica utilità.
  • Studi e progetti per la riconversione dei siti estrattivi a termine delle concessioni. A tale scopo deve essere prevista anche la possibilità di utilizzare impianti e strutture delle attività estrattive dismesse per fini di pubblica utilità.

Le caratteristiche delle attività che possono ottenere promozioni da parte dei comuni devono potere contribuire al processo di ricollocazione delle maestranze addette alle cave, torbiere e miniere nel momento di decadenza delle autorizzazioni.

Nel dimensionamento dei contributi relativi ai materiali ad uso industriale ed edile deve essere introdotto oltre al massimo di € 4,00 a tonnellata (€ 10,00 a metro cubo) anche un minimo che dovrebbe essere ad esempio almeno € 2,00 a tonnellata (€ 5,00 a metro cubo). Analogamente deve essere fatto per i materiali decorativi per i quali la legge 78/98 stabilisce solo il massimo del 5% del valore medio di mercato.

Una quantificazione del genere potrà permettere l’attivarsi di nuove attività come sopra detto.

Sulla base delle esperienze reali è evidente l’urgenza di una riforma sostanziale della legislazione regionale sulle attività estrattive.

Fino ad oggi le amministrazioni hanno autorizzato cave e miniere sulla base di piani che prevedevano la “coltivazione”e il “ripristino paesaggistico”. Sappiamo bene che abbiamo avuto molta coltivazione e poco o nulla ripristino. Inoltre siamo stati sottoposti sempre al più odioso dei ricatti: i licenziamenti.

Ci sono gli elementi per modificare le leggi e stabilire che le nuove autorizzazioni possono essere rilasciate solo se sussistono almeno tre condizioni:

  1. piani di coltivazione della cava o della miniera, in linea con le norme sulla sicurezza e con la protezione ambientale e dove cessi l’uso incontrollato di sanatorie e varianti che svuotano i piani di alcuna credibilità.
  2. piani di ripristino paesaggistico rendendo più cogente il principio che non si prosegue nelle coltivazioni se prima non si è proceduto a ripristinare le parti già coltivate.
  3. progetti di recupero e riconversione del sito, a termine della concessione, che i privati s’impegnano ad attuare con convenzioni e garanzie finanziarie.

14 dicembre 2012

Comitato per Campiglia
Comune dei Cittadini ( Campiglia Marittima )
Forum di San Vincenzo
Legambiente ( Val di Cornia)

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