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Raccolte 845 firme contro l’ecomostro sulla spiaggia di San Vincenzo

Inserito da il 22 Novembre 2012 – 17:37Nessun Commento

Comitato di cittadini si batte da anni per eliminare l’impatto visivo dello scheletro mai completato dello stabilimento balneare Bayahibe

Il Comitato dei cittadini di via Etruria e via del Tirreno ha raccolto 845 firme per la netta riduzione volumetrica dello stabilimento balneare “Bayahibe”. La costruzione dello stabilimento di via del Tirreno – ridotto ad uno scheletro di 300 mq di acciaio e cemento – è bloccata da anni a causa della vertenza legale tra i cittadini ricorrenti al Tar, il Comune e la società Acquachiara, che ne è il concessionario e che a livello economico vi ha investito molto. Vertenza legale che giungerà, a breve, al definitivo pronunciamento del Consiglio di Stato. Le firme saranno consegnate all’assessore all’urbanistica Alessandro Bandini durante un incontro, in programma per lunedì, per discutere delle possibili soluzioni del caso.

La vicenda del “Bayahibe”, considerato da molti un ecomostro, ebbe inizio nel 2002, allorché il Comune bandì un concorso per la realizzazione e la gestione di uno stabilimento balneare con ristorante e bar su un pezzo di spiaggia libera. I cittadini della zona, sentendosi usurpati della spiaggia e della vista sull’arcipelago, fecero ricorso al Tar. «Dopo 10 anni e varie vicende giudiziarie – dicono i portavoce del Comitato Massimo Cionini, Francesca Neri, Marta La Mura, Laura Baldini e Luca Pellegrini – lo scheletro del fabbricato, dichiarato parzialmente abusivo da una sentenza del Tar, è ancora lì ad aspettare una presa di posizione politica, una soluzione che permetta ai cittadini di riappropriarsi di un bene comune e prezioso e, a chi ha investito, di lavorare.

Ricordiamo che nessun tipo di processo partecipativo né di assemblea informativa furono svolti prima dell’inizio dei lavori, che una parte di una delle più frequentate spiagge libere del centro fu sottratta alla fruizione pubblica, e che il ruolo dei politici è anche quello di cercare di risolvere circostanze del genere, in cui il conflitto legale rischia di paralizzare definitivamente la situazione. Se il Consiglio di Stato – proseguono – dovesse annullare la concessione edilizia originaria, non vi sarebbero più le condizioni per presentarne una nuova viste le norme del Pit (Piano d’indirizzo territoriale) regionale del 2009 che vietano nuove costruzioni sugli arenili».

Il Comitato si dice aperto al dialogo con Comune e concessionari. «Siamo disponibili al dialogo – dicono i cinque del Comitato – per trovare un accordo fortemente riduttivo dei volumi. La politica dovrebbe fare da mediatore, anche per tutelarsi da una richiesta di danni certa da parte dei concessionari in caso di sentenza negativa nei loro confronti. Richiesta che, se accolta, ricadrebbe sulle spalle dei contribuenti». La situazione di degrado riguarda tutta la zona, ormai da anni abbandonata. «Oltre al Bayahibe – dicono i membri del Comitato – vi sono il cassonetto per le alghe, il recinto maleodorante delle pompe dell’acquedotto che spesso sversa i liquami in mare, i prefabbricati usati da varie associazioni, molti natanti abbandonati e un percorso pedonale con un muro di sostenimento in cemento, mai terminato, all’interno del letto del Fosso delle Prigioni. Questo nonostante la zona sia una delle più frequentate e pregiate, dal punto di vista turistico, del nostro paese. Ci sentiamo abbandonati dall’amministrazione, che non ha mai attuato politiche e progetti organici per migliorare la situazione».

Paolo Federighi – Il Tirreno 22.11.2012

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