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«Acqua, falde a rischio per le cave»

Inserito da il 19 Novembre 2012 – 11:15Nessun Commento

Legambiente attacca i nuovi progetti per impianti lungo il corso del fiume Cornia in zone già danneggiate.

Lotta all’inquinamento, alla distruzione della vegetazione riparia, sempre in difesa delle falde acquifere dell’intera Val di Cornia. Legambiente è per questo che si schiera – ancora una volta – contro le che si trovano a ridosso del fiume Cornia.

Raggiungere l’impianto in questione – tenuto sotto stretto controllo da Legambiente ormai da lunghissimo tempo – è per altro uno spettacolo (di natura). Perché la campagna che s’incontra tra Campiglia, Suvereto e Monterotondo è davvero quella che si “legge” nei depliant promozionali della Toscana: ma con campi, purtroppo, molto spesso abbandonati e ormai più resort che case coloniche abitate. L’impianto di frantumazione della cava si trova a una diecina di chilometri da Suvereto, proprio a ridosso del fiume, ed è ben visibile dalla strada principale.

L’area della cava, arrivata ormai quasi alla chiusura, è posizionata un po’ più a nord. «Quando siamo vicino alla cava vera e propria ce ne accorgiamo subito, ci sono delle querce ormai secche – mostra Adriano Bruschi, responsabile di Legambiente Val di Cornia – come sembrano davvero spianate e in difficile ripresa le aree dove sono già stati fatti tutti gli scavi precedenti». Ed è vero, le piante sono lì a testimoniarlo. La zona si raggiunge facilmente. Non c’è nessuno in giro, né persone a lavoro. C’è una strada ribattuta che unisce tutti i cantieri della cava e corre proprio lungo il letto del fiume Cornia (qui la vegetazione riparia proprio non esiste più): tanto che, passando, si sentono – e spessissimo si vedono – le acque del fiume scendere gorgogliando. «Anche questi impianti sono a lungo chiusi per le poche richieste, visto che la crisi investe tutti – prosegue Adriano Bruschi – ma, nonostante tutto, non si riesce a porre un limite neppure a questo tipo d inquinamento del territorio, alla continua distruzione della vegetazione riparia».

«Ma peggio ancora – aggiunge Bruschi – è la produzione dei fanghi derivati dalla delavazione delle ghiaie, che finiscono per impermeabilizzare il fondo del fiume». Basta andare a vedere. «Depositandosi, fango e melma fanno sì che non possa esserci il naturale ravvenamento delle falde già, per altro – spiega – minate dall’ingresso del salmastro nelle zone più vicine al mare».

Ma ci sono anche altri danni. «Certo di minore gravità, ma da non escludere – ricorda Bruschi – continuando nell’asportare altri materiali dal letto del fiume Cornia finirà per arrivare sempre meno sabbia alla foce e dunque ci sarà sempre meno sabbia da destinare al ripascimento delle spiagge della Costa est». Insomma per Legambiente c’è parecchio da fare. «Ho visto – precisa Adriano Buschi – il nuovo piano regolatore generale di Monterotondo e purtroppo vi sono già previste altre due nuove cave: una sopra e una sotto quella esistente, ormai in esaurimento». «Addirittura – sottolinea – per quella più a nord esiste già un progetto preliminare, però privo di valutazione di impatto ambientale; ed è il comune che ha deliberato di non richiederlo. Questo progetto preliminare neppure dice dove finiscono i fanghi che derivano dalla lavorazione delle ghiaie, né quanti fanghi saranno». «Ho già avuto modo di incontrare il sindaco di Monterotondo, ma la nostra battaglia, anche in questo caso, è appena cominciata. Non si può insistere nell’autorizzare – conclude Bruschi – che questi residui delle ghiaie, delavate per altro in acqua di fiume, rilascino ancora argille che continueranno, inevitabilmente, a depositarsi a nord e a sud del Cornia proprio rispetto alla stessa lavorazione».

Cecilia Cecchi
 – Il Tirreno 19.11.2012

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