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Sepolta a Baratti con i chiodi in bocca, è una strega?

Inserito da il 22 Settembre 2011 – 13:34Nessun Commento

Foto: corriere.it

Nessuno, neppure il più fantasioso Indiana Jones, avrebbe potuto immaginare una scoperta così incredibile e misteriosa riaffiorata dalla terra otto secoli dopo davanti al mare del Golfo di . Gli archeologi stavano scavando alla ricerca di una cattedrale e di un vescovo santo, San Cerbone, e si sono trovati davanti alla tomba di quella che potrebbe essere una strega del 1200.La donna, probabilmente di un’età compresa tra i 25 e i 30 anni, era stata sepolta nella nuda terra e in bocca qualcuno le aveva inserito sette chiodi ricurvi di una lunghezza di quattro centimetri. In una sorta di macabro rito, le vesti della giovane erano state poi inchiodate nella fossa con tredici chiodi. «Un ritrovamento atipico, non ho mai visto qualcosa di simile – racconta Alfonso Forgione, archeologo dell’Università dell’Aquila -. Probabilmente ci troviamo di fronte a un rudimentale rito di esorcismo. L’ipotesi è che la donna, colpita da problemi fisici o mentali, potesse essere diventata nell’immaginario popolare un soggetto malefico e forse anche una strega».

DETTAGLI INQUIETANTI – Ci sono però alcuni particolari da chiarire in questo interessante giallo archeologico. E soprattutto una domanda ancora senza risposta: perché la strega è stata sepolta in un luogo consacrato e addirittura vicino a una chiesa? «È particolare molto strano sul quale stiamo lavorando – continua Forgione -. Si può ipotizzare che la donna appartenesse a una famiglia influente e che dunque sia riuscita ad ottenere una sepoltura in terra cristiana». Accanto alla tomba della probabile strega gli archeologi (i direttori scientifici dello scavo sono Fabio Redi, docente di medievale all’università dell’Aquila e Andrea Camilli della Sovrintendenza archeologica della Toscana) hanno trovato la sepoltura di un’altra donna enigmatica. «Accanto al suo scheletro c’era un sacchetto con 17 dadi da gioco – racconta ancora l’archeologo Forgione -. A quel tempo il gioco dei dadi era vietato e proibitissimo per le donne. Non è escluso che ci si trovi di fronte a una meretrice punita con disprezzo anche nel momento della sepoltura con il simbolo più basso della moralità, il gioco dei dadi, appunto».

ALLA RICERCA DI SAN CERBONE – Gli scavi proseguiranno sino a fine mese. Con un obiettivo: trovare la cattedrale di San Cerbone e la tomba del santo vissuto nel sesto secolo dopo Cristo. Quasi contemporaneo Gregorio Magno, Cerbone arrivò a Populonia dall’Africa con una schiera di seguaci e fondò una comunità. Durante le invasioni di Goti e Longobardi, fu condannato ad essere sbranato da un orso ma, secondo la leggenda, il santo riuscì ad ammansirlo con uno sguardo. Si narra inoltre che Cerbone dicesse messa al mattino molto presto per essere accompagnato da un coro di angeli e che riuscì a fare un miracolo anche sulle oche che lo accompagnarono dal Papa a Roma. «Ritrovare la cattedrale e la tomba di San Cerbone – spiegano gli archeologi – risolverebbe molti enigmi storici e sarebbe un grande regalo per la comunità di Populonia». Il progetto archeologico è stato avviato grazie alla collaborazione dell’associazione culturale Amici di Populonia. Una lotta contro il tempo. L’erosione, infatti, minaccia le rovine e potrebbe cancellare per sempre la storia magica e misteriosa di San Cerbone. Populonia e Baratti sono conosciute nel mondo per le necropoli etrusche e i resti delle vestigia romane.

Marco Gasperetti
Corriere della Sera
22 settembre 2011

La tomba di una strega torna alla luce vicino a San Cerbone
Nella terra consacrata di San Cerbone nuovo riposa da secoli una strega. A pochi metri di distanza c’è un’altra signora un po’ particolare, una meretrice.
Tante le storie che racconta l’indagine archeologica della cappella di San Cerbone nuovo, a Baratti.

Qui al lavoro anche in questi giorni sull’archeologia funeraria di un insediamento medievale – prima del tutto sconosciuto – archeologi e antropologi dell’Università dell’Aquila, cercano di battere sul tempo l’erosione del mare che rischia di farci smarrire le nostre radici (oltre a portare via la cappellina). Lo studio è condotto dal 2006 da Fabio Redi, cattedra di archeologia medievale dell’università dell’Aquila, in collaborazione con Andrea Camilli della Soprintendenza e col finanziamento delle Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno più il contributo dell’Associazione culturale Amici di Populonia.

«Le inumazioni risalgono tutte e due al periodo che va dalla fine del 1200 ad inizio del 1300 – spiega l’archeologo Alfonso Forgione, sullo scavo – La “strega” è stata trovata a ridosso della sezione limite dell’area, ma il cimitero in origine andava bel al di là della strada. La donna di età tra i 20 e i 30 anni era in una fossa rettangolare, senza sarcofago. Seppellita con 7 chiodi ricurvi in bocca, inseriti dopo la morte, e attorno allo scheletro circa 13 chiodi infissi nel terreno, molto probabilmente utilizzati per inchiodare le vesti».

Da qui il termine “strega”?
«“Strega” sì o no – risponde Forgione – Non è ancora ben chiaro come venivano seppellite all’epoca. Però avere chiodi in bocca e attorno, pur senza cassa di legno… ne fa una sepoltura anomala. Possiamo ipotizzare un rito non beneagurante. Al contrario delle monete che servivano per il trapasso, utilizzate ancora oggi per Caronte come reminiscenza di culti pagani. Ecco, per lei si può parlare dei revenant, in francesismo arcaico, quelli che tornano, cosa che andava impedita. Pur senza certezze – sottolinea – si tratta di un rito, una sorta di esorcismo, una malediazione un tentativo nato dalla volontà di impedire alla donna di pronunciare sortilegi e di tornare in vita».

Poi la “escort” medievale. «Sepolta a terra – prosegue Forgione – insieme a un sacchetto di pelle con, all’interno, 17-18 dadi in osso: sappiamo solo che questo tipo di gioco era vietato alle donne. Ed anche in questo caso il significato è preciso, un segno di condanna». Comunque le due donne, pur “diverse”, dovevano far parte di famiglie influenti, magari artigiani o pescatori, ma comunque di peso nella comunità tanto da riuscire a portarle così vicine alla chiesa medievale a cui era affidata – allora come oggi – la massima cura delle anime.
CECILIA CECCHI – Il Tirreno 22.9.2011

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