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E la politica inventò l’antipolitica… Scrive Rossano Pazzagli

Inserito da il 25 Novembre 2010 – 08:34Nessun Commento

L’impegno civico diffuso e la partecipazione sono un grande tema da cui dipende il destino delle democrazie contemporanee. Essi traducono in linguaggio politico l’interesse dei cittadini per le cose che li riguardano ed esprimono il punto di vista della comunità sulle scelte di governo. Sono cioè alla base del sentimento democratico.

Negli ultimi decenni la crisi della militanza partitica come forma della partecipazione democratica, collegata al tramonto del partito di massa inequivocabilmente attestato dal calo degli iscritti di tutti i partiti storici più o meno trasformati e trasfigurati, ha determinato la ricerca di nuove vie di impegno sociale e un forte indebolimento della rappresentanza politica a tutti i livelli, dal parlamento ai consigli comunali. Al dato quantitativo va aggiunto quello qualitativo, caratterizzato da patologie gravi nelle relazioni tra elettori ed eletti e nell’uso della comunicazione politica, che hanno raggiunto il loro apice nel berlusconismo. Parlo di berlusconismo, non solo di Berlusconi, dunque, ma di tutti coloro – politici o amministratori – che hanno a noia i blog, i comitati e tutte le altre forme di aggregazione che negli ultimi anni sono nati prontamente di fronte a scelte significative caratterizzate da un impatto sociale o ambientale, riguardanti in primo luogo il territorio,il paesaggio e in genere il consumo delle risorse di base.

Dalla sfiducia nella politica, e dal venir meno di modelli ideali alternativi che ha impedito le effettive possibilità di scelta riducendole quasi sempre all’opzione per il meno peggio, scaturisce il rischio del qualunquismo. Da qui è nato anche il leghismo ed i suoi inquietanti derivati. Ma che cos’è la politica? Senza tornare sui celebrati modelli genetici della polis, basterebbe recuperare semplicemente il senso che gli aveva dato Cesare Pavese quando affermava che “la politica è l’arte del possibile, tutta la vita è politica”, o quello ancora più diretto del “prendersi cura di ciò che ci riguarda” di don Lorenzo Milani.

Basterebbero  queste parole per rendersi conto che l’esperienza diffusa di associazioni e comitati è il contrario del qualunquismo ed è il contrario del leghismo. Essa si basa su sentimenti comuni e sulla coscienza di luogo. Sul senso di appartenenza a qualcosa (a una comunità, ad un gruppo sociale, ad un territorio, ad un paesaggio…) e al tempo stesso sull’obiettivo di far diventare una questione di tutti anche le scelte puntuali. Eppure non passa giorno senza che queste forme di impegno vengano bollate come ‘antipolitica’.  A me pare questo il disprezzo per l’impegno. La stessa parola ‘antipolitica’ suona come un termine inventato dal ceto politico per difendere il proprio fortino – la casta come taluni la chiamano – per salvare gli intoccabili meccanismi di ricambio della classe dirigente… un ricambio che, o  non c’è, o quando c’è si configura come “le volpi che vanno a dar manforte ai leoni”, cioè la politica dei furbi e dei prepotenti, che si traduce in un senso padronale delle istituzioni e in un uso spregiudicato degli strumenti per la costruzione del consenso; quasi sempre del consenso a decisioni già prese altrove,  in sedi non precisate e comunque diverse dallo spazio pubblico, e sovente nella negoziazione diretta con istanze lobbistiche, cioè distanti dall’interesse pubblico.

Bisogna riconnettere impegno civile e rappresentanza, a partire dai comuni e dalle città, che in questi anni sembrano segnare il passo sia rispetto alla lunga tradizione della democrazia comunale italiana, sia rispetto alla tensione innovativa che si respirava nel settore delle autonomie locale nel corso degli anni ’90, purtroppo sfociata poi in una nuova palude.

La forma partito, che ha svolto un ruolo storico significativo, non basta più. Certo i movimenti, i comitati e i blog che sempre più caratterizzano la scena politica attuale, non possono essere una soluzione permanente: sono forme precarie, mutevoli, trasversali, spesso disorganizzate, che vanno adoperate con la consapevolezza che si tratta, in fondo, di strumenti pre-democratici in un contesto post-democratico. Ma stanno svolgendo un ruolo importante perché sono luoghi vivi, prove, laboratori di espressione del disagio e degli aneliti di impegno di tante persone che attualmente nessuno tra i partiti tradizionali potrebbe essere in grado di coinvolgere, o dai quali si sono già irrimediabilmente allontanate. Sono, che si voglia o meno, le modalità attuali del senso civico e dell’impegno comune, sedi di espressione e di partecipazione, come dimostrano le molte esperienze in corso nel territorio regionale e nazionale.

Le istituzioni di base se vogliono restare il perno del sistema democratico devono tenerne conto, sennò saranno esse stesse, o meglio chi le governa, responsabili del ritorno dell’uomo qualunque.

Rossano Pazzagli

Tratto da Librovolante

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